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2006/10/18 JordanGiordania
Per comprendere quanto la Giordania sia lontana dall’essere un luogo comune, occorre incrociare lo sguardo delle donne. E’ un paese che si coniuga al femminile e non solo per genere. La donna è coperta. Questa è la condizione che mi permette di comprendere le ragioni dell’immaginazione. La donna è il paradigma di una terra che non si scopre, che custodisce accuratamente le sue ricchezze allo scopo di mostrarle naturalmente; è una donna dai fianchi appena accennati o voluttuosi, a seconda dei punti di vista. Il pesante drappo nero, il sottile velo bianco, suscitano rabbia mista ad indifferenza, una condizione forse imposta dall’altro genere o dalle mode fondamentaliste. Mi piace pensare all’eleganza con cui la donna accelera per non raggiungere mai il suo uomo, sublime affresco di conquista che dura a distanza di tempo e che la tradizione spesso vanifica. Spesso siamo abituati a vedere perfettamente i contorni evitando per opportunismo o per semplicità gli sguardi diretti, quelli cioè che suscitano imbarazzo reciproco. Io ho cercato fortemente lo scontro, una lotta armata tra la loro e la mia immaginazione. L’unico modo per scoprire attraverso la mente che tutto è straordinariamente manifesto. La femminilità raggiunge la sua determinazione scegliendo un cammino che conduce alla città cangiante. Un percorso in cui l’entrata coincide con l’uscita: quasi una metafora di chi la vita la concepisce ed a cui ciascuno si rivolge, in un’altra forma, nel momento del trapasso verso il definitivo. La vita scorre come un orologio al contrario, i corpi caldi e chiari seguono quelli ombrati ed indecisi, la fatica si stempera in un senso condiviso di vertigine. Modello di scambio strutturale è la religione. La ritrovi sotto forma di fortezze, avamposti adattati a seconda dei rituali, luminosi esempi di come le invasioni asimmetriche possano tradursi nella mancanza di templi antichi dedicati al credo attuale. Non si comprende, tuttavia, come questa armonia, queste curve di pietra disegnate da una costola di sabbia possano essere minate dal più lungo filo spinato della terra. I confini emettono continuamente un sibilo, non sono lasciati alle dune, sono mutevoli per artifizio. Una spina dorsale che non sostiene, che non permette di incrociare le dita, un luogo che per ragion di stato non emette odori, ma dove si percepisce forte la coltre di piombo. Il fiume, schiacciato ormai dal senso del dovere, a tratti indossa i vestiti color verde militare, lavati ed asciugati nelle sue acque battesimali. Ma questo capoverso appartiene all’uomo e alla sua piccola presenza. Il mare è quasi reale. Sembra paradossalmente favorire il dialogo anche a costo di non annegare. Le sue acque amniotiche risvegliano le ferite che avevi da bambino, rallentano il cuore, allungano la pelle e ti regalano lacrime indotte dalla tentazione di imporgli la vita o dal privilegio di aver assistito, da quella strana prospettiva, al tramonto del sole. A questo punto il paese abbassa dolcemente lo sguardo, teme i giudizi, si concede un lunghissimo crepuscolo e schiude un sogno, un’immagine di una donna dal nome ebraico, una donna ad un passo di pianura dove la bellezza, la consapevolezza ed il sorriso hanno lo stesso significato.
Antonio
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